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| Stella e Rizzo |
Credo che Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo siano i maggiori
Giornalisti d'inchiesta d'Italia (ricordate "la Casta"?). Oggi sul
Corsera pubblicano, in prima pagina, la prima puntata di un'inchiesta da
ascrivere agli annali del giornalismo serio ed informato, senza indugiare agli
allarmismi, ma ove si racconta in maniera precisa ed articolata la tragedia
delle nostre terre, portando avanti una tesi che da anni Antonio Marfella ed i
Medici per l’Ambiente portano avanti in
tutte le sedi possibili ed immaginabili: la tragedia della terra dei fuochi non
è dovuta ai rifiuti solidi urbani, ma ai rifiuti industriali!! Di seguito, un
estratto dell’articolo.
“Mercoledì 9 Dicembre, 2015 - CORRIERE DELLA SERA ©
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I veleni
riaccendono la Terra dei Fuochi
Trovati i
fondi per le ecoballe, restano i micidiali scarichi delle fabbriche clandestine
di Sergio
Rizzo
e Gian Antonio Stella
O cchio non vede, cuore non sente, naso non annusa». Dicono
don Maurizio Patriciello e altri bastian contrari che questo è il senso della
cosiddetta «bonifica» decisa per la «Campania infelix».
Rimosse le ecoballe così brutte e vistose, che problema resterà mai? Un po’ di
veleni? Uffa, che tormentone ’sta Terra dei fuochi!
Ma certo che fanno spavento, le colline di spazzatura urbana impacchettata su
quattro chilometri e mezzo quadrati a Taverna del Re. Ha twittato Matteo Renzi:
«In legge di Stabilità ci sono 450 milioni in tre anni per chiudere la ferita
della Terra dei fuochi». Meglio, per «eliminare in modo serio e rigoroso la
piaga delle ecoballe».
Evviva. Prima se le portano via e meglio è. Se poi ce la fanno in tre anni
evviva bis: quelle ecoballe messe in fila arrivano da Giugliano a Lisbona e da
lì a Vienna e Kabul. Vanno tolte e smaltite. Detto questo: è l’unico problema
della Terra dei fuochi? «Finiamo a parlare sempre dei rifiuti urbani», accusa
don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano che ha mobilitato decine di
migliaia di persone su questi temi, «e invece sappiamo che qui la gente muore
per i rifiuti industriali».
Raffaele Cantone, presidente dell’Authority contro la corruzione e lui stesso
di Giugliano in Campania, conferma: «I problemi sono tre. Le ecoballe, gli
scarichi tossici del passato, gli scarichi tossici di oggi». Sciolto il primo
(anche se Taverna del Re svuotata dal pattume vogliamo vederla coi nostri
occhi), restano gli altri due nodi. Sui quali c’è silenzio. O addirittura
fastidio: perché parlarne ancora? Un dettaglio dice tutto: su 2.993 notizie
Ansa in cui si cita Vincenzo De Luca (ci sarà pure qualche omonimo ma quasi
tutte parlano di lui, il governatore) non ce n’è una, neppure una, in cui lui
nomini la Resit di Giugliano.
Eppure dopo lo sversamento di 341 mila tonnellate di rifiuti tossici tra i
quali 30.600 di schifezze chimiche dell’Acna di Cengio sepolte sotto terra,
come scrisse Roberto Russo sul Corriere del Mezzogiorno , la Resit è per il
commissario di governo alle bonifiche Mario De Biase la più pericolosa: «Non ci
dormo. È il peggio che ci sia in Campania, lì sotto sono stati sversati tutti i
veleni d’Italia, insomma, è un incubo».
Il dossier del geologo Giovanni Balestri, del resto, non lascia dubbi: entro il
2064, il percolato altamente tossico che «fuoriesce inesorabilmente dagli
invasi sarà completamente penetrato nella falda acquifera che è collocata al di sotto dello strato di tufo sopra il
quale si trovano le discariche. I veleni contamineranno decine di chilometri
quadrati di terreno e tutto ciò che l’abiterà».
Tema: dato che rifiuti tossici sarebbero stati scaricati per anni anche nelle
discariche autorizzate («Magari sulla bolla risultava una cosa e sul camion ce
n’era un’altra», sospira Stefano Tonziello, gestore a suo tempo di più
immondezzai pubblici) e che perfino alla Resit la bonifica non è manco
cominciata (Cantone stesso segnalò che l’appalto era finito anche a imprese
condannate per reati ambientali: tutto bloccato) così come in tante altre discariche
a rischio, chi ha ragione? Il rapporto (772 pagine) della Commissione rifiuti
che denuncia «una catastrofe ambientale» paragonabile alla «diffusione della
peste secentesca» o Enzo De Luca che all’Expo ha detto che la regione è prima
«per la vastità, qualità e profondità del controllo del proprio territorio e
del proprio ambiente» e che «il 97% della Campania è sano e incontaminato»?
Ammesso sia vero: ha fatto i conti su cosa rappresenti quel 3% su un’area
regionale di 13.595 chilometri quadrati? Sono 407 chilometri quadri. Venti per
venti. Abbondanti. Quattro volte la superficie (117 chilometri quadri) del
comune di Napoli. Ma se guardiamo alla «terra buona» e togliamo cioè la
montagna (34,5%) e larga parte della collina (50,8%), la pianura (14,7%) un
tempo fertilissima dove sono stati scaricati in larga parte i rifiuti tossici
si riduce a molto, molto meno. Non bastasse, il suolo effettivamente occupato
dal cemento, per l’Ispra, è già il 17,3%. Anche questo in gran parte in
pianura. Il che significa che la quota avvelenata di «terra buona» è molto più
alta...
Dice che il monitoraggio ufficiale su 1.654 animali («Centotrentuno volpi, 700
lumache e ancora capre e api, con particolare attenzione al miele») e su 2.942
prodotti ortofrutticoli ha dato risultati confortanti. E che anche a Giugliano
le fragole, come certificò sul Foglio Salvatore Merlo citando i Nas in un
reportage «antropologico» in cui dipingeva donne coi «seni esplosivi
ballonzolanti nelle libere vesti e il fiato pesante delle donne dei cannibali»,
«sono buone. Sono cioè commestibili, sane, non contaminate».
E allora? «Le fragole sane non vogliono dire niente — risponde Giovanni
Balestri —. le fragole prendono quello che serve loro dallo strato più
superficiale del terreno. I problemi sono sotto, in profondità». Ed è da lì, da
quei rifiuti tossici affondati per decenni nel terreno, che verrebbe l’ondata
di tumori che falciano, per gli ambientalisti, gli abitanti della Terra dei
fuochi.
«La Terra dei fuochi, per come ce l’hanno descritta, non esiste. C’è
un’emergenza, nota, e riguarda le ecoballe da smaltire», ha scritto sul suo
blog Claudio Velardi, già consigliere di D’Alema a Palazzo Chigi e poi regista
delle campagne elettorali di Renata Polverini e di Vincenzo De Luca, accusando
dei ritardi «fomentatori politici di tutte le risme: vecchi estremisti di
sinistra, nuovi millenaristi vestiti da grillini, preti a caccia di visibilità,
finte mamme coraggio. Amen».
Anna Magri aveva un bambino, si chiamava Riccardo, nella foto che mostra aveva
un maglioncino a righe e se l’è portato via una patologia tumorale scoperta
quando aveva sei mesi: «Allattavo al seno. È passato dal seno direttamente alla
macchina del chemioterapico». Fino alla fine. Dice che ha altri figli ma non ha
mai pensato di andar via da qui: «Non posso abbandonare Riccardo lì al
cimitero». E gli altri due bambini? «Noi mamme ci siamo unite per combattere a
nome loro. Perché questa terra venga risanata». Antonio era l’unico figlioletto
di Marzia Caccioppoli, un’altra di quelle che Velardi bolla come «finte mamme
coraggio»: «Era un bambino sano, faceva nuoto. Vivevamo a Casalnuovo. La notte
l’aria era irrespirabile. Un giorno, a otto anni e mezzo, ha avuto un
rallentamento motorio. L’abbiamo portato da uno specialista, poi al Gaslini di
Genova. Dove hanno accertato che Antonio era stato colpito da un tumore che non
colpisce i bambini ma le persone anziane. Visti i risultati della biopsia
l’oncologa chiese: “Signora, dove vivete? Vicino a industrie?”. Non capivo.
Intorno avevamo campi…». Avvelenati. Però.
«Vent’anni fa, quando qui nasceva un bambino sapeva di avere l’aspettativa di
vita di tutti i bambini italiani ma oggi non è più così — accusa l’oncologo
Antonio Marfella, dirigente all’Istituto dei tumori «Pascale» —. Oggi chi nasce
qui ha dal 20 al 30% di probabilità in più di essere colpito da un tumore
infantile. E i tumori infantili rappresentano un marcatore specifico di
tensione ambientale». È la paura di numeri ad aver finora frenato il registro
dei tumori? «Il registro dei tumori, con primari pagati da primari, c’è da anni
e anni. Ma era una scatola vuota. Ci è stato detto che i dati saranno
disponibili non prima del 2018…».
Nel frattempo, mentre i veleni del passato restano lì sotto a inquinare le
falde e covare nuovi lutti su tempi lunghi, i roghi notturni continuano.
L’attivista Enzo Tosti, che dopo anni di battaglie sul fronte della Terra dei
fuochi, su e giù per discariche, è stato colpito lui pure dal tumore, mostra un
enorme terreno lasciato all’incuria nel comune di Orta di Atella. Tra le
erbacce c’è un cartello con la bandiera dell’Unione Europea: «Qui doveva
sorgere un consorzio di alta moda. I politici la sbandierarono come una grande
occasione. E avrebbe dato lavoro ai ragazzi. Sono rimasti solo i cartelli. Delle
fabbriche neanche l’ombra». Meglio: le strade e le piazzole che avrebbero
dovuto servire il distretto tessile sono usate per scaricare, giorno dopo
giorno, i rifiuti di lavorazione delle uniche fabbriche esistenti. Quelle
«inesistenti». Che non risultano essere mai nate, che non ri-sultano avere
dipendenti né pagare tasse e contributi, che non risultano produrre nulla: come
fantasmi, non possono manco liberarsi degli scarti di lavorazione. E buttano
tutto qua e là, per poi mandare qualcuno che li bruci. Magari i bambini rom del
campo accanto alla Resit, che crescono cenciosi giocando tra le vicine
discariche. «Oggi, e dico oggi, la regione Campania produrrà 6.500 tonnellate
di rifiuti urbani ma soprattutto altre 22 mila di rifiuti speciali e non c’è in
regione una sola discarica a norma per questi rifiuti. Più altre 6.500 prodotte
in quest’area che è quella a più alta densità di produzione clandestina di
borse e articoli vari di pellame. Come li smaltiscono? Li scaricano qua e là e
li bruciano» (...)
(1 — continua)
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