giovedì 13 ottobre 2011

INCHIESTA CASSIOPEA: TUTTI PROSCIOLTI GLI IMPUTATI DI DISASTRO AMBIENTALE 2

Donato Ceglie

Donato Ceglie, il pm che avviò e coordinò l’inchiesta sugli imprenditori del Nord che smaltivano rifiuti tossici al Sud. La sua indagine da film, quella portata sullo schermo da Toni Servillo in «Gomorra», s’è conclusa con 95 proscioglimenti su 95 imputati. Non è quello che si definisce un lieto fine per la Procura.
«I sequestri e le intercettazioni sono lì, parlano gli atti. Queste non sono fantasiose ipotesi investigative, i treni che portavano rifiuti tossici dal Nord al Sud ci sono stati davvero».
I treni non si possono condannare. Non è che avete accusato i «macchinisti» sbagliati?
«La verità è che quest’inchiesta ha prodotto atti giudiziari vent’anni prima rispetto alla sensibilità normativa di oggi. Abbiamo ipotizzato l’associazione a delinquere quando per gli illeciti in materia di rifiuti esistevano solo contravvenzioni. Ecco, forse è sembrata un’anticipazione troppo forte».
Il gup sostiene invece che è apparsa troppo debole l’inchiesta. Ma come, accusate la gente di disastro ambientale e poi non avete neppure lo straccio di una prova?
«Le prove c’erano, eccome. Intercettazioni, sequestri. Quest’indagine ha prodotto una serie di altre inchieste, al termine delle quali la stessa gente è stata condannata per molto meno».
Dice che ha sbagliato il giudice a proscioglierli?
«No, questa è una cosa che rientra nella sfera dei propri convincimenti personali. La decisione del gup va rispettata, la Procura leggerà le motivazioni e valuterà se proporre appello contro quei proscioglimenti. Ma a chi pensa che si tratti di una sconfitta della giustizia dico che non è vero. E, se ha pazienza, le spiegherò il perché».
Donato Ceglie è l’ex pm della Procura di Santa Maria Capua Vetere che nel 2003 iniziò a coordinare l’indagine sullo sversamento di rifiuti tossici nel Casertano ad opera di alcune grandi industrie del Nord. Il nome in codice assegnato all’operazione fu
Cassiopea, e da quell’indagine ne nacquero poi molte altre: Madre terra, Chernobyl, Old iron, Regi lagni, e ancora fascicoli tra Bari, Rieti, Viterbo. Quando scattarono le prime misure cautelare, Cassiopea fu definita «la più grossa inchiesta mai fatta in Italia nel campo della gestione illecita dei rifiuti». Un’indagine così importante da ispirare addirittura un romanzo di successo come Gomorra e il film che ne seguì, con Toni Servillo nei panni dello «smaltitore». Come è finita, è cosa nota: due giorni fa il gup Giovanni Caparco ha dichiarato il non luogo a procedere per tutti i 95 imputati. Molti reati si sono prescritti, ma per le tre accuse più gravi (associazione a delinquere, disastro ambientale e avvelenamento delle acque) il giudice ha ritenuto invece che non ci fossero prove.Parafrasando la dichiarazione del 2003, potremmo dire che Cassiopea è «il più grosso proscioglimento mai fatto in Italia nel campo della gestione illecita dei rifiuti». Come s’è arrivati a questo fiasco?
«Diciamo per il mancato funzionamento della macchina della giustizia, che non ha saputo reagire a un’imponente mole pre-processuale in un polo giudiziario, come quello di Santa Maria Capua Vetere, già oberato di lavoro».
E questa valutazione d’«impatto» non poteva farla prima? Che senso ha fare una maxi-inchiesta che gli uffici non sono in grado di sostenere? Non era meglio un’indagine mirata?
«L’inchiesta andava fatta così. Erano tutti coinvolti».
Adesso sono tutti prosciolti.
«Guardi che quel che non ha funzionato è ciò che è venuto dopo l’indagine, non l’inchiesta in sé».
Cioè?
«La prima udienza preliminare era già arrivata alla fase conclusiva quando il giudice decise di trasmettere il fascicolo a Napoli ritenendo che fosse di competenza della Procura antimafia».
E i pm di Napoli che dissero?
«Che la camorra non c’entrava».
Chi aveva ragione?
«Non sta a me dirlo. Io registro che la camorra non era stata vista in quest’indagine. Adesso di ogni cosa si dice che ci sono i clan dietro, all’epoca invece non se ne ravvisò la presenza. Prendo atto. Però quell’andirivieni di 120 faldoni è stato un colpo mortale sulle sorti del processo».
Ha pesato anche l’astensione degli avvocati? «Meno del passaggio del fascicolo a Napoli. Ripartire è stato drammatico. E il tempo ha cancellato tutto».
Il giudice anche, per la verità. Come la mettiamo per associazione a delinquere, disastro ambientale e acque avvelenate? Otto anni di indagini e udienze per sentirsi dire alla fine che non c’è una prova?
«Io mi rendo perfettamente conto che il dato fa pensare ad una sconfitta della giustizia, ma dico che Cassiopea non è stato tempo perso».
E’ coraggioso o imprudente?
«Grazie a quest’indagine è cambiato il quadro normativo. Grazie a quest’indagine il traffico da Nord a Sud s’è interrotto, e la discarica d’Italia ha chiuso. Grazie a quest’indagine si sono accesi i riflettori sui rischi per la salute, e le istituzioni si sono mobilitate».
Scusi, ma un’inchiesta non dovrebbe servire ad accertare responsabilità penali personali, piuttosto che a mobilitare le istituzioni? Cos’è, adesso vi siete messi a indagare sui fenomeni?
«No, per noi le responsabilità penali di quegli imputati erano accertate. Provo sgomento e dispiacere per quest’esito infausto, e ricordo solo che la giurisprudenza dice che per molto meno è risultato provato il reato di disastro ambientale. Ci sono persone condannate in altri processi per aver sversato un centesimo dei rifiuti che risultano aver tombato a Caserta, come è emerso da quest’inchiesta».
Insisto, risultano solo a lei. Il giudice sostiene il contrario.
«Guardi, più di quello che è stato acquisito agli atti non si poteva fare. Io sono sereno».
Anche dopo un ko così?
«Diciamo che non è stata un’inchiesta normale».
Diciamo che sta cercando di minimizzare il flop.
«Il flop è un dato testuale. La richiesta di rinvio a giudizio auspicava il processo per 95 persone, il dispositivo sconfigge l’ipotesi accusatoria. Io, però, in base ai sequestri, alle intercettazioni e alle prove, quella richiesta la rifarei di nuovo. Il giudice dice che ho sbagliato? Lo rispetto, vediamo se la sua decisione verrà confermata».
La verità giudiziaria oggi dice che quelle 95 persone non sono colpevoli. C’è un’altra verità, quella cinematografica ispirata alla sua inchiesta, che però continuerà a raffigurare quegli imprenditori come banditi senza scrupoli. Pensa che sia da riscrivere pure quella sceneggiatura?
«No, quella del film Gomorra è una realtà che ha un suo valore intrinseco, un suo approccio al fenomeno reale».
Otto anni dopo, Donato Ceglie rifarebbe tutto?
«Tutto. Ho la coscienza a posto».
(Post scriptum. Quando gli ho chiesto se i 95 proscioglimenti fossero la sconfitta più bruciante della sua carriera, Donato Ceglie mi ha risposto di no, ché «l’insuccesso più grave è quello dell’inchiesta sulle cave di Caserta, quando feci arrestare funzionari del Genio civile e cavatori che poi furono tutti prosciolti. Però ricordiamo anche la vittoria più importante, con la confisca e le condanne per gli abusi al Villaggio Coppola. E sennò qui sembra che i processi io li perdo tutti»).